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NEWS

Cambiare cultura per superare le barriere

14 agosto, 2012

Da anni nella città di Londra si sperimentano nuovi modelli di accessibilità e inclusione urbanistica. Intervista all’architetto Stephen Thorpe.

Inclusione, accessibilità a 360 gradi, monitoraggio costante dei risultati.
La Capitale britannica si è preparata all’appuntamento dei Giochi Olimpici, mettendo a frutto un’esperienza maturata in lunghi anni di attenzione alle esigenze di tutti. A illustrarci le tappe di questo lungo e ancora non concluso processo è l’architetto Stephen Thorpe, da anni impegnato nella costruzione di una cultura dell’accessibilità e autore del volume Wheelchair Housing Design Guide, una guida su come progettare una casa per persone in sedia a ruote.

Architetto Thorpe, come viene affrontato oggi il tema dell’accessibilità e dell’inclusione in Gran Bretagna?
C’è stato un progresso graduale dagli anni Settanta a oggi, dovuto in parte alla legislazione e in parte a un crescente cambiamento culturale.
All’inizio si pensava che l’accessibilità riguardasse solo le persone disabili, come dimostrato dall’emanazione del Disability Discrimination Act, ora sostituito dall’Equality Act.
Questo documento stabilisce, per coloro i quali realizzano edifici e forniscono servizi, l’obbligo di garantire che le persone disabili non siano svantaggiate. Il che si traduce nell’offerta di nuove soluzioni come superfici tattili e sistemi a induzione per ipoudenti, oppure realizzando modifiche di vario tipo sugli edifici: ingressi senza gradini, rampe di comoda pendenza, porte ampie o automatiche, ascensori al posto delle scale.
Insomma, in questi 40 anni si è registrato un profondo cambiamento nell’idea stessa di inclusione, tanto da inserire il requisito dell’accessibilità degli edifici all’interno del Regolamento edilizio.
Il cambiamento principale risiede comunque nell’atteggiamento culturale: oggi si è convinti che tutti possano trarre beneficio dagli spazi e dalle aree accessibili. Non solo le persone disabili, dunque, ma anche i genitori con passeggino, coloro che camminano col bastone e i viaggiatori con il trolley.

Siamo passati dal semplice superamento delle barriere architettoniche al concetto più ampio di progettazione inclusiva, che dà benefici a tutti, disabili e non. Come ha influito questa evoluzione sulla progettazione degli interventi in vista delle Olimpiadi?
Le Olimpiadi rappresentano un ottimo esempio di quello che è oggi l’approccio al design accessibile e alla progettazione inclusiva.
I siti dedicati ai Giochi Olimpici devono rispondere non solo alle esigenze degli spettatori disabili, ma anche a quelle degli atleti paralimpici: le strutture dove vivono, quelle dove trascorrono il tempo libero, le aree di collegamento tra un edificio e l’altro.
Gli alloggi sono stati progettati per accogliere prima gli atleti non disabili e poi quelli disabili. Dopo le Olimpiadi l’intero complesso diventerà un quartiere residenziale, in grado di esprimere tutta la filosofia progettuale del lifetime housing, secondo la quale un alloggio risulta non solo accessibile, ma anche adattabile a particolari disabilità che possono insorgere col tempo. In tal senso, chiunque può vivere all’interno di questi appartamenti.

Passeggiando per Londra, abbiamo osservato un buon livello di fruibilità degli spazi urbani con rampe di raccordo che si alternavano a scale e percorsi il più possibile per tutti. Come ha influito su questo risultato l’attività svolta dall’access officer (funzionario dell’accessibilità) di Londra?
L’access officer può essere egli stesso una persona disabile, un architetto, un urbanista, un ingegnere o anche una persona comune. Ha un ruolo ufficiale all’interno degli enti locali e dei Consigli municipali. È autorizzato a visionare i progetti in qualsiasi fase e a monitorarne lo sviluppo. E spesso viene supportato da un gruppo di persone disabili, che rappresentano molti tipi di disabilità.
L’access officer si occupa poi anche del controllo e della valutazione degli edifici in termini di accessibilità: come si parcheggia, come si percorre la strada dalla fermata dell’autobus, come si accede, come si utilizzano i servizi e gli spazi, come debbano essere evacuati in caso di emergenza.

Ogni città in Inghilterra ha un funzionario per l’accessibilità?
No, la maggior parte delle città non lo ha. Comunque, quando un’autorità locale non ha un vero access officer lo si scopre subito. Basta guardare gli edifici: se non sono realizzati in modo inclusivo, vuol dire che manca la figura del funzionario dell’accessibilità.

Alcuni anni fa, in un articolo sulla rivista Paesaggio Urbano lei descriveva l’attività degli access group, i gruppi per l’accessibilità. Oggi parliamo di access officer. Qual è la differenza?
Un access group è un gruppo informale, che agisce in maniera diversa rispetto a un access officer. Il gruppo per l’accessibilità ha un contatto diretto con il Consiglio municipale ed è composto da persone preparate, che traggono dal gruppo più autorità e potere di quanto ne avrebbero se agissero per proprio conto. Un access officer, invece, è un funzionario pubblico. Ne abbiamo un esempio distintivo nella City, a Londra, dove l’access officer ha forti poteri e ora è diventato funzionario per l’accessibilità della Greater London Authority. Il dettaglio dei marciapiedi, dei servizi e degli ascensori è il risultato di una grande attività. Insomma, oggi finalmente qualcosa sta cambiando in città, col tentativo di limitare l’impatto del traffico automobilistico. Si dà più importanza ai pedoni che alle automobili, a volte si chiudono le strade, si rendono più strette o si eliminano i gradini e il ciglio dei marciapiedi. È un bene in linea di principio, ma affinché tutto sia realizzato in modo soddisfacente c’è bisogno di un’attenzione costante nel controllare ciò che è stato fatto. Se un progetto viene finanziato con i fondi della National Lottery la figura di un consulente per l’accessibilità è d’obbligo, e questo fa parte dell’accordo. Senza consulente per l’accessibilità non si può accedere a questo tipo di finanziamenti.

E se i fondi arrivano invece dai privati?
Ogni volta che un costruttore cerca i finanziamenti della Lotteria Nazionale per realizzare un edificio deve servirsi di un consulente per l’accessibilità.
Prima sono stati creati gli access group, per poter influenzare il modo in cui vengono realizzati gli edifici e organizzati gli spazi, poi è stata introdotta la figura dell’access officer, successivamente è stata la volta del Piano regolatore e, infine, sono stati stanziati i fondi della Lotteria Nazionale, con la condizione di legare l'accesso ai finanziamento alla presenza di un consulente per l'accessibilità.
Vediamo ancora edifici dotati di lunghe rampe su un lato, ma si tratta di un approccio "vecchia maniera": in passato, prima si progettava un edificio, poi si pensava a come renderlo accessibile.
Oggi, invece, progettiamo secondo principi più inclusivi e non parliamo più di un edificio o di un ingresso accessibile. Ci limitiamo a dire: "Questo è l’ingresso, entriamo tutti da qui". Sembra un concetto ovvio, ma in realtà è molto difficile farlo accettare da tutti.

Arch. Daniela ORLANDI

intervista pubblicata nella rivista di Agosto del sito di Superabile

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